Riflessioni

La postura: un primo piccolo passo di attenzione nella pratica della meditazione

Perché la prima cosa che ti dicono a un corso di meditazione è come devi stare seduto? Perché uno non può semplicemente stare lì, come si sente più comodo e a proprio agio, lasciando che la mente faccia quello che deve fare?

Sempre si parla della necessità di trovare la postura giusta: seduti a gambe incrociate, schiena dritta ma non rigida, usa un cuscino, usa un panchetto, stai su una sedia, appoggia i piedi, stacca la schiena. Poi la testa, dritta ma non sollevata, spingendo il mento leggermente indietro, e lo sguardo basso o gli occhi chiusi. E addirittura la lingua: meglio se appoggiata sul palato, subito dietro agli incisivi. Ma perché tutta questa attenzione al corpo? Perché tutte queste accortezze? Questi dettagli? Non è sufficiente (e già di per sé arduo) concentrarsi su cosa “deve fare” la mente?

In realtà per meditare “bene” (non c’è ovviamente un bene e un male nella pratica!) non occorre stare in chissà quale posizione strana, sentire per forza dolore o sforzarsi di stare seduti in modo per noi innaturale. Al contrario, tutti i suggerimenti, le indicazioni, i dettagli su come deve stare il corpo servono proprio ad aiutare, a favorire il “lavoro” che deve fare la mente. Si tratta quindi di assumere un atteggiamento, prima di tutto fisico, corporeo, che ci permetta di praticare in modo più agevole e, contemporaneamente, più consapevole, che favorisca uno stato mentale più calmo e concentrato.

Prendiamo la posizione “semplice” (seduti con le gambe incrociate oppure con le due tibie appoggiate a terra e i talloni vicini all’inguine, così chiamata dagli orientali per distinguerla da quella più classica e meno agevole del “loto”, gambe incrociate con i piedi appoggiati sopra le cosce). In questa posizione si suggerisce l’utilizzo di un cuscino per aiutare a sostenere il corpo con maggior stabilità: le ginocchia possono appoggiarsi a terra più facilmente, scaricando gran parte del peso e liberando così la schiena da un sovraccarico inutile che provocherebbe scomodità, dolore e conseguente maggior difficoltà nella concentrazione.

Allo stesso modo, il mantenere la schiena dritta, la testa reclinata in un certo modo, gli occhi chiusi (o socchiusi) e la lingua appoggiata sul palato, sono tutti accorgimenti che aiutano ad assumere un atteggiamento del corpo il più possibile stabilizzato, “comodo” in un certo senso, che ci possa permettere di restare in asse ma senza che questo porti a rigidità.

Ciascuno di questi elementi ha un suo “ruolo”, una sua valenza, e si riverbera sulla pratica: la simmetria, l’allineamento, la semplicità, la stabilità, la possibilità di restare fermi in una situazione, possibilmente, di non-disagio del corpo ci farà essere più fermi, simmetrici e centrati anche mentalmente.

Il corpo si riverbera nella mente e la mente è incarnata nel corpo: percepire questa reciprocità e favorirla è di per sé la pratica stessa.

 

Meditare al caldo … o come far diventare le distrazioni una parte integrante della pratica

Prendiamo un torrido pomeriggio di luglio e prendiamo una sala di yoga, a Milano. La sala è bella, con il parquet, con l’incenso acceso e le effigi delle OM alle pareti. Prendiamo diciotto persone che si ritrovano a meditare, con il piacere e la voglia sincera di farlo.

Ci mettiamo seduti, ciascuno secondo la propria postura preferita. Occhi chiusi, attenti al respiro. Silenzio.

Lentamente ma inesorabilmente arriva la percezione del caldo. Molto caldo.

Meditare sprigiona calore, lo sapevate? Alcuni yogi himalayani praticano seduti sulla neve con brandelli di tessuto bagnato addosso: la pratica consiste nel farli asciugare con il solo calore sprigionato dal corpo in meditazione. Noi non pratichiamo questa tecnica, naturalmente, ma al calore esterno si aggiunge comunque quello che ognuno sprigiona nella pratica. Dentro la sala, e dentro ciascuno di noi.

Comunque, dicevamo. Anch’io come tutti son li seduta, occhi chiusi, con le mani appoggiate sulle ginocchia. Fa caldo, molto caldo. Non c’è l’aria condizionata e le poche folate di brezza che arrivano dalle finestre spalancate non sono sufficienti a refrigerare l’ambiente.

Tra un respiro e l’altro mi rendo conto che sto perdendo sempre di più la “concentrazione”: non riesco a pensare ad altro se non a questo calore terribile.  Mi pare di avere un fuoco nelle mani, un caldo pazzesco che mi brucia le ginocchia. È fastidioso, è troppo. Il semplice contatto tra le mani e le ginocchia mi sta diventando insopportabile. Non solo le mani, ma tutto il corpo non fa che sentire quel caldo tremendo e i miei pensieri non riescono più ad uscire da quella sensazione corporea che ormai mi pervade completamente, togliendo spazio al respiro, alla quiete, al silenzio che stavo cercando.

Ogni volta che torno con l’attenzione al respiro mi rendo conto dopo pochi istanti che sto nuovamente entrando nel circolo vizioso di pensieri “lamentosi” sul caldo… ho le mani sudate, non c’è un filo d’aria, mi sta venendo sete, adesso svengo dal caldo, dovevo mettermi la maglietta senza maniche, …  Insomma, il tutto mi sta portando un po’ troppo lontano.

Quindi, che fare?

Improvvisamente mi viene voglia di seguire quel flusso. Non il flusso dei pensieri sul caldo, che sono circolari e non portano a niente. Ma il flusso del caldo di per sé. Provare a esplorare fino in fondo quella sensazione così presente, così “invadente”. Provare a entrare dentro quelle sensazioni, a una a una: sentire la presenza della pelle delle braccia e quel formicolio derivato dal caldo che percepisco. Sentire il contatto bollente tra le mani e le ginocchia, sentire la fusione tra loro, entrare in quel quasi-bruciore. Sentire le gambe, coperte dalla stoffa dei pantaloni, emettere energia rovente. E lasciare che diventino quelli l’oggetto della mia attenzione: i dettagli sensoriali che il caldo mi sta proponendo. Con semplicità, con uno sguardo esplorativo, quasi curioso, di cosa si nasconde dietro quell’iniziale insofferenza: in cosa consiste davvero?

Un altro piccolo pezzo di me svelato.