Approfondimenti

Meditare al caldo … o come far diventare le distrazioni una parte integrante della pratica

Prendiamo un torrido pomeriggio di luglio e prendiamo una sala di yoga, a Milano. La sala è bella, con il parquet, con l’incenso acceso e le effigi delle OM alle pareti. Prendiamo diciotto persone che si ritrovano a meditare, con il piacere e la voglia sincera di farlo.

Ci mettiamo seduti, ciascuno secondo la propria postura preferita. Occhi chiusi, attenti al respiro. Silenzio.

Lentamente ma inesorabilmente arriva la percezione del caldo. Molto caldo.

Meditare sprigiona calore, lo sapevate? Alcuni yogi himalayani praticano seduti sulla neve con brandelli di tessuto bagnato addosso: la pratica consiste nel farli asciugare con il solo calore sprigionato dal corpo in meditazione. Noi non pratichiamo questa tecnica, naturalmente, ma al calore esterno si aggiunge comunque quello che ognuno sprigiona nella pratica. Dentro la sala, e dentro ciascuno di noi.

Comunque, dicevamo. Anch’io come tutti son li seduta, occhi chiusi, con le mani appoggiate sulle ginocchia. Fa caldo, molto caldo. Non c’è l’aria condizionata e le poche folate di brezza che arrivano dalle finestre spalancate non sono sufficienti a refrigerare l’ambiente.

Tra un respiro e l’altro mi rendo conto che sto perdendo sempre di più la “concentrazione”: non riesco a pensare ad altro se non a questo calore terribile.  Mi pare di avere un fuoco nelle mani, un caldo pazzesco che mi brucia le ginocchia. È fastidioso, è troppo. Il semplice contatto tra le mani e le ginocchia mi sta diventando insopportabile. Non solo le mani, ma tutto il corpo non fa che sentire quel caldo tremendo e i miei pensieri non riescono più ad uscire da quella sensazione corporea che ormai mi pervade completamente, togliendo spazio al respiro, alla quiete, al silenzio che stavo cercando.

Ogni volta che torno con l’attenzione al respiro mi rendo conto dopo pochi istanti che sto nuovamente entrando nel circolo vizioso di pensieri “lamentosi” sul caldo… ho le mani sudate, non c’è un filo d’aria, mi sta venendo sete, adesso svengo dal caldo, dovevo mettermi la maglietta senza maniche, …  Insomma, il tutto mi sta portando un po’ troppo lontano.

Quindi, che fare?

Improvvisamente mi viene voglia di seguire quel flusso. Non il flusso dei pensieri sul caldo, che sono circolari e non portano a niente. Ma il flusso del caldo di per sé. Provare a esplorare fino in fondo quella sensazione così presente, così “invadente”. Provare a entrare dentro quelle sensazioni, a una a una: sentire la presenza della pelle delle braccia e quel formicolio derivato dal caldo che percepisco. Sentire il contatto bollente tra le mani e le ginocchia, sentire la fusione tra loro, entrare in quel quasi-bruciore. Sentire le gambe, coperte dalla stoffa dei pantaloni, emettere energia rovente. E lasciare che diventino quelli l’oggetto della mia attenzione: i dettagli sensoriali che il caldo mi sta proponendo. Con semplicità, con uno sguardo esplorativo, quasi curioso, di cosa si nasconde dietro quell’iniziale insofferenza: in cosa consiste davvero?

Un altro piccolo pezzo di me svelato.